Dal nostro inviato in Australia, sull’emigrazione.

All’amico Amedeo, residente da tempo in Australia abbiamo fatto una serie di domande, alle quali, gentilmente ha risposto.
Amedeo è un professore universitario di materie umanistiche; per cui il suo parere, oltre a essere quello di un protagonosta è anche quello di uno studioso; edotto sia nelle questioni del nostro paese che in quelle dell’Australia.

Le domande sono molte e, Amedeo ci ha inviato la risposta alla prima; alla quale, speriamo entro breve, seguiranno le altre.

NDI- La prima domanda che vogliamo farti è questa: non sei il primo italiano che si stabilisce in Australia. Sicuramente la tua “migrazione” è avvenuta in tempi e condizioni diverse, rispetto a quella, di massa, che molti nostri conterranei intrapresero agli inizi del novecento. Ci vuoi parlare un pò di questo, dell’integrazione dei nostri connazionali, dei problemi che ebbero nel momento in cui, da disperati con la valigia in mano, varcarono la soglia dell’Australia?

Risponde Amedeo:
Parlare dell’emigrazione italiana agli inizi del 900 e poi negli anni 30, durante la grande depressione, riapre sempre qualche ferita che, nonostante gli anni, fatica a rimarginarsi. Indubbiamente erano anni difficili, la crisi attanagliava tutte le nazioni sviluppate industrialmente.
Non si può negare che, nel lontano 1904, in Australia vi fosse una componente xenofoba che spesso rasentava il razzismo. La cosa più peculiare era che questi sentimenti non si trovavano, come in Europa, nella destra reazionaria ma nelle rappresentanze operai che bene o male hanno sempre identificato una categoria e una classe sociale ben definita con una visone internazionalista. Chiaramente non vi erano affinità tra binomio Labor Party e sindacati, da una parte, e le leghe operaie italiane ed europee, dall’altra, che vantavano una lunga tradizione socialista ed internazionalista. Come osservava Giuseppe Prampolini sul suo giornale Uniamoci (18 luglio 1903 – 27 agosto 1904) i sindacati australiani erano delle associazioni chiuse con un forte spirito di categoria. Però bisogna chiedersi una cosa: gli italiani fecero niente per superare questo impasse, o se invece con il loro modo di comportarsi non aggravarono ulteriormente la loro posizione
Cerchiamo di analizzare la situazione che esisteva in Australia e che esplose nel 1904 dando vita alla campagna xenofoba contro gli Italiani. All’inizio del secolo scorso l’Australia non era quella terra promessa che molti oggi credono. Vi era una forte crisi economica che spinse il governo, su pressione del movimento laburista ed operaio, a limitare l’ingresso di emigrati specialmente di lingua non inglese, i quali facevano una spietata concorrenza accettando salari inferiori e condizioni di lavoro inaccettabili per i lavoratori australiani. Lo stesso console generale, Pasquale Corte, avvisò il governo italiano di interrompere il flusso di emigrazione verso l’Australia, sia per una epidemia di peste bubbonica e sia per l’alta disoccupazione nel settore estrattivo (dove gli italiani erano in larga parte impiegati) dato il grande numero di minatori che dal Transvaal si erano trasferiti in Australia.
Nel settore estrattivo del West Australia iniziarono una serie di agitazioni e di scioperi per un miglioramento salarile e dei posti di lavoro. Le compagnie non fecero altro che rimpiazzare gli scioperanti con sud europei, in particolare Italiani, che si prestarono al gioco del padronato. Come scrive Cresciani: “ …Nel 1904 una ondata di sentimenti anti italiani esplose in West Australia dove la stampa ed il Labor Party accusavano gli Italiani di essere dei crumiri …”. La situazione divenne talmente insostenibile che il rappresentante zonale del Labor Party scrisse una lettera al segretario del Partito Socialista Italiano, chiedendo di scoraggiare al massimo l’emigrazione.
Quindi gli immigrati italiani fecero ben poco per accattivarsi i sindacati ed i minatori australiani. Possiamo dire, in difesa degli italiani, che il sindacalismo e lo spirito sindacale, in particolare tra le classi contadine del sud, era poco sentito e la ricerca di un benessere economico, sempre negato, giocava una parte fondamentale nel loro comportamento.

Negli anni 30 vi furono altri due episodi che annuvolarono i rapporti tra lavoratori italiani e australiani, il primo nel nord Queensland e il secondo sempre nelle zone estrattive del Western Australia.
Forse esageriamo, quando parliamo di xenofobia e odio razziale. Indubbiamente vi era una forte tensione nel mondo del lavoro Australiano soprattutto a livello di manodopera non qualificata. Gli anni trenta furono caratterizzati dalla grande crisi economica a livello mondiale, che ebbe anche forti ripercussioni politiche in Europa. Ma “se Atena piange, Sparta non ride”, anche L’Australia risentiva della grande depressione, infatti in molte aziende le paghe furono diminuite e le ore di lavoro aumentate per fare fronte alla crisi.
Gli unici settori, che risentivano meno di questa situazione economica, erano quella estrattiva nel Western Australia e l’industria saccarifera nel Nord Queensland. Queste furono le ragioni in cui la competizione per i posti di lavoro si acuì tanto da trasformarsi e sfociare in odio razziale con risvolti di estrema violenza e di guerriglia contro i lavoratori stranieri, come accadde nel distretto minerario di Kalgoorlie in W.A.
Nel Nord Queensland non vi furono violenze e sommosse, ma gli immigrati si riunirono in proprie associazioni, come d’altra parte avevano fatto i lavoratori di lingua inglese per imporre la loro presenza nell’industria dello zucchero come tagliatori di canna. Dobbiamo sottolineare che questa categoria di lavoratori, con caratteristica stagionale, era pagata a cottimo e alla fine della settimana ogni tagliatore intascava una paga due o tre volte superiore a quella del medio operaio australiano.
La prima e più discriminatoria tra queste associazioni tra i lavoratori di lingua inglese fu la B.P.L. (British Preference League) per la campagna che portò contro gli immigrati di lingua non inglese. Il campo di scontro tra il BPL e i tagliatori di canna italiani, riunitisi nella “Lega degli Italiani” organizzati dal sindacalista Costante Danesi e dal fratello Lanfranco, fu principalmente il Cairns Post il cui direttore accolse, molto democraticamente, sia le lettere inviate dall’organizzazione filo inglese e sia dai rappresentanti italiani. La campagna anti italiana era portata avanti da due esponenti del B.P.L., che si firmavano “Britisher” e “An Australian”. La principale accusa del B.P.L. era quella del rifiuto degli Italiani di essere assimilati. Britisher scriveva:
… L’Italiano è sempre uno straniero. Rifiuta di adattarsi ai nostri costumi, alla nostra lingua, alla nostra patria, e alle nostre tradizioni, e rimane sempre membro di una comunità che, non importa dove è presente in questo grande Commonwealth, è sempre italiana, nello spirito, nella lingua e nella fisionomia … Rimane seduto quando l’orchestra suona l’inno nazionale australiano … queste sono le obiezioni che noi Australiani abbiamo contro di lui…
Indubbiamente dietro il patriottismo della BPL vi era solo il desiderio di arraffare più posti di lavoro possibili e la foia di potere politico non solo a livello statale ma anche federale.
In questa diatriba esce fuori un elemento molto interessante portato all’assemblea legislativa del Queensland dall’on. G. C. Taylor che accusava gli stessi conservatori, che attaccavano l’immigrazione Italiana, di essere i veri responsabili di questa penetrazione nel Nord Queensland. Infatti, secondo Taylor, quando l’Italia si alleò alla Gran Bretagna, durante la Grande guerra, vi fu un accordo segreto firmato il 26 aprile 1915, nel quale: “…L’Italia ottenne un privilegio meglio conosciuto come “clausola di nazione favorita”. Si dava il diritto ad ogni Italiano, se decideva di trasferirsi in Australia, di colonizzare un territorio a sua scelta con gli stessi diritti concessi agli Australiani ed ai sudditi Inglesi. Adesso i conservatori, che hanno imbastito questa battaglia contro l’industria saccarifera, strillano contro le piantagioni dei coloni italiani…”. Taylor nel suo intervento dava anche le percentuali degli “aliens” presenti nel Nord Queensland; nell’area nord non erano che il 23,4%, nella zona centrale il 2,4%, e nella area meridionale il 2,2% .

Abbiamo parlato di guerriglia nel distretto minerario di Kalgoorlie nel W.A., avvenuta nel febbraio del 1934. Certo che questa era una “zona calda”, un piccolo medio oriente di oggi, se vogliamo usare una iperbole di stile giornalistico. Già nell’agosto del 1913 vi erano stati degli scontri, non violenti, ma certamente duri contro i minatori etnici, che ebbe il suo apice con la richiesta del ministro Scadden di allontanarli dalle miniere. La tensione non era scemata, anzi si era accesa con sfumature violente dopo la parentesi della Grande Guerra.
Le ragioni di fondo erano sempre le stesse, la concorrenza per i posti di lavoro tra Australiani e “stranieri”. Questa volta però la violenza esplose nel modo più brutale con la devastazione dei quartieri etnici dove furono bruciate case, negozi ed Hotel. Se consideriamo le proporzioni degli incidenti, i quartieri dei “foreigners” di Kalgoorlie e di Boulder furono dati alle fiamme, in particolare quello di Boulder fu completamente distrutto, vi furono solo due morti, un montenegrino ed un australiano, e sei feriti. La notizia fu tanto eclatante che l’avaro Sydney Morning Herald dette un titolo a due colonne composte a mano e quasi due colonne di piombo.
Vi fu una netta condanna da parte di tutte le forze politiche australiane, del premier del Western Australia Collins, del Sydney Morning Herald, dei sindacati e di personalità, come l’arcivescovo di Brisbane Monsignor James Duhig, che stigmatizzano e condannano gli avvenimenti di Kalgoorlie.
Ho voluto riportare questi brutti momenti della storia australiana, che mortificarono non solo la comunità italiana, ma anche la maggioranza della società australiana, per sottolineare che l’inserimento dei non anglo-celtici in Australia non fu facile, e fu una strada costellata da problemi e avversità. Chiaramente l’Australia non fu solo Kalgoorlie o le piantagioni di canna da zucchero del nord Queensland, ma anche una nazione che accolse con benevolenza i così detti “aliens”. Nonostante questi problemi iniziali, oggi la nostra comunità si è perfettamente inserita e gode la stima del mondo Australiano, anche perché il tipo di emigrante è cambiato radicalmente, non più contadini a basso livello culturale ma soprattutto intellettuali.

(continua) Discussione nel Forum Politico di Notizie dall’Inferno

By | 2017-02-23T09:39:26+00:00 April 6th, 2009|Cultura e Società|0 Comments

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