Non siete classe dirigente

I partiti della prima Repubblica avevano una caratteristica comune: quella di riconoscersi nella Resistenza e nella Costituzione. Ciò costituiva un prerequisito e un punto indiscusso di unità.
Ci si divideva su tutto ciò che riguardava la politica, le strategie, la visione del futuro del Paese; ma non sugli elementi fondanti, sull’Ordinamento e i poteri dello Stato.
Il senso delle Istituzioni era alto e tutti si sentivano coobbligati a difenderle.
Poi è arrivato lui, il Mule e tutto è cambiato.
Già dal suo ingresso nell’agone politico, il 25 Aprile 1994 , ha mostrato , con tutta evidenza, quello che sarebbe stato il leit motiv di tutto il suo “regno”: ” farò dire una Messa nella mia cappella privata, per tutti i morti, da una parte e dall’altra durante la Resistenza”.
Dietro quella falsa pietà per tutte le vittime, in realtà c’era una gran voglia di farla finita.
Si, c’era nel Mule la voglia irrefrenabile di giungere alla resa dei conti, di liquidare tutto il “vecchiume” statalista; a cominciare da quella Costituzione “scritta sotto dettatura dai sovietici”.
L’emulo della P2 ha fatto suoi tutti i vecchi arnesi utili e necessari per scardinare, prima le fondamenta dello stato repubblicano, poi tutte le conquiste delle classi disagiate degli anni ‘settanta.

L’Unto del Signore si è fatto interprete e paladino di quella massa indistinta, informe, a cui De Carolis ha appioppato il nome di “maggioranza silenziosa” Quella, per intenderci, che guardava torva le manifestazione operaie di piazza, che abbassava le saracinesche al passaggio dei cortei operai e studenteschi.
Certo, diciamola pure tutta: il movimento operaio ha sbagliato, non ha saputo arginare i facinorosi, gli scalmanati che rovesciavano auto, le incendiavano e spaccavano le vetrine.
Gli artefici dello sfascio hanno una grave responsabilità per il clima di odio che si è creato verso il movimento sindacale e operaio.
Non escludo nemmeno che una buona parte di costoro fossero provocatori prezzolati che si infilavano nei cortei per delegittimare il ruolo e la funzione dirigente della classe operaia.
Fatto sta che quella “maggioranza silenziosa” punita dai cortei, marginalizzata dalle politiche dei governi che, via via hanno eroso i margini di discrezionalità dei ceti medi e ridotto gli spazi di manovra, a cominciare dall’evasione fiscale, evasione contributiva verso l’INPS e l’INAIL, ha trovato in Berlusconi l’uomo del riscatto, del ribaltamento di fronte.

Pure con tutti i suoi limiti, la classe operaia e quella studentesca hanno posto sul tappeto questioni ineludibili, quali una migliore ripartizione della ricchezza, maggiori diritti individuali e collettivi: penso al diritto allo studio, il diritto alla tutela delle lavoratrici madri, i diritti delle donne alle pari opportunità, a leggi di civiltà, come quelle sul divorzio e aborto.
Ma penso anche alla riforma previndeziale, con l’introduzione del criterio contributivo, al posto di quello retributivo; alla indivisibilità dei cespiti famigliari tra coniugi per il reddito d’impresa , che , per anni ha costituito il paese del “bengodi” per i lavoratori autonomi, commercianti e quanti potevano legalmente evadere le tasse per questa via.

La deindustrializzazione massiva ha mutato profondamente la struttura economico-sociale del paese e la sinistra ha perso il suo ruolo egemone.
Perfino gli intellettuali, da sempre “grillo parlante” della società, attenti ai diritti sociali, alle condizioni di vita dei diseredati, hanno cessato il loro ruolo e si sono autoconfinati nei salotti.

La società di oggi ha una nuova classe egemone, quella degli “esclusi” di un tempo.
Però questa non è classe dirigente e non lo sarà mai.
La classe operaia, superando i confini ristretti di un contrattualismo di categoria , ha posto con forza i temi del cambiamento, della perequazione, della giustizia sociale.
Questa è una classe disgregata, che non è “punta di diamante” ha bisogno, come una pianta di fagioli, di un “tutore” che la sorregga, che si faccia interprete delle sue aspirazioni.
Una classe amorfa , magmatica, ripiegata su se stessa e sui propri egoismi; entro i quali possiamo rinvenire la scuola privata per i figli, il bel condominio coi vigilantes che lo difendono, il SUv in garage, la seconda casa al mare o in montagna.
Una classe bastevole, autoreferenziale che ha in se le ragioni della propria esistenza ed esiste in quanto sa escludere gli altri dal proprio livello di benessere e che, anzi, concepisce il proprio benessere in funzione del “passo indietro” che devono fare tutti gli altri.
Questa classe , che preferisce ”  l’io ” al “noi” il possesso materiale all’elevamento culturale, morale e spirituale, di tutti, non è, lo ripeto, classe dirigente.

Benedetto Croce, ragionando sulla società Italiana vedeva due grandi correnti di pensiero che potevano essere alternative egemoni: quello borghese-liberale e quello proletario marxista.
Il Pensiero liberale è sparito da tempo: ingoiato dall’interclassismo democristiano. Quello proletario-marxista è altrettanto sparito: defunto col la liquidazione dei grandi gruppi induastriali.
Ciascuna di queste due classi, a modo proprio latrice di valori, sono scomparse ed hanno lasciato, nella loro vacanza, il posto al ceto medio che non è mai stato “classe”: spinto e compresso com’è sempre stato , tra borghesia liberale e proletariato di ispirazione marxista.

Eppure il miracolo si è compiuto: la non classe ha partorito i suoi “valori” i suoi punti di riferimento: consumismo, perbenismo di maniera, immediatezza, arrivismo, egoismo,  discriminazione, appropriazione.
Tutto ciò non può essere il cemento sul quale si regge una società ordinata.
Non può esistere una società priva di valori, di uguaglianza, di pari opportunità, di libertà di pensiero e, perfino, di libertà di credere nell’avvenire.

Berlusconi è ormai la caricatura di se stesso: un patetico egoarca senile, però ancora in grado di sedurre la componente debole anche se mai egemone della società.
Berlusconi è al crepuscolo ma, via lui, non spariranno le cicatrici di questa vacanza di classe dirigente che dura da un ventennio.
E’ inutile nasconderlo: ciò crea un grande vuoto di prospettiva.
Chi saranno i nuovi soggetti che si prenderanno cura del Paese e della società che lo occupa?
Quali saranno i soggetti che produrranno la nuova classe dirigente e con quali contenuti, quali valori di riferimento?
Basta dire che la società futura sarà della cittadinanza, sensu stricto?
Io penso di no. Una società non si regge senza idee-forza, senza idee e ideali per le quali valga la pena di battersi.

Il berlusconismo, come un tornado, ha fatto terra bruciata dietro di se e ci lascia in “eredità” un paese mortificato, senza idee, senza prospettive, senza fiducia nell’avvenire, senza cultura e senza speranze.
I giovani sono la cartina di tornasole di questo disagio, di questa estrema miseria.
Eppure al pessimismo della ragione bisogna accompagnare l’ottimismo della volontà.
Solo che la mia canizie non mi consente di vedere oltre il tunnel.
Spero tanto che le nuove generazioni sappiano trovare quelle risposte che a me mancano.

By | 2010-03-16T09:10:27+00:00 March 16th, 2010|Politica|1 Comment

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Anni 57, dottore in Scienze Statistiche, naturalista, curioso, ha un interesse particolare per i funghi ( fa parte del Comitato Scientifico Italiano di Micologia).

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