Consenso, libertà di stampa e regime politico

Di Amedeo Tosco
– Dobbiamo ricordare una regola che tutti, più o meno, conosciamo: un giornale non presenta mai ai propri lettori del materiale giornalistico “grezzo” ma un prodotto elaborato, modificato e manipolato. Il giornale non è una istantanea di un particolare momento storico o di cronaca, ma è come un film di Fellini dove le immagini e gli attori (nel nostro caso i fattori che compongono gli avvenimenti) prendono simbologie e significati specifici, spesso in una veste completamente nuova, decisi dal regista.
Perché queste manipolazioni? Perché un giornale non riporta le notizie “grezze” come la logica suggerirebbe? La risposta è quasi lapalissiana: la necessità di mantenere il controllo politico, da parte del gruppo dominante sulle classi subalterne. Una volta la Chiesa cattolica usava armi come l’Inquisizione, la scomunica ed i roghi. Oggi che la Chiesa ha perso il suo dominio temporale, come elemento di controllo viene usata una informazione manipolata ed addomesticata.

Gramsci, nel suo concetto di egemonia, chiarisce perfettamente come il gruppo dominante plagi le classi subalterne attraverso la disseminazione di una cultura a lui solamente favorevole. Quindi ricerca di consenso e di controllo politico attraverso la creazione, in campo giornalistico, di quello che Gramsci chiama: “…Una nuova superstruttura, i cui rappresentanti (gli intellettuali) non possono non essere concepiti come ‘nuovi intellettuali’, sorti dalla nuova situazione e non continuazione della precedente intellettualità….”

[1]. Spesso è molto difficile distinguere stampa e potere in quanto, il più delle volte, queste due identità si fondono e si compensano a vicenda. Addirittura i giornalisti vanno oltre a quanto Gramsci suggerisce sulla funzione degli intellettuali che egli considera come: “…i ‘commessi’ del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico …”[2], dato che l’intellettuale giornalista si identifica nel gruppo stesso di potere.

Possiamo definire la stampa come controllo politico e quindi stampa come mezzo di creazione di consenso. Cerchiamo di chiarire il concetto di “consenso” facendo una breve equiparazione al significato che esso assume nel pensiero anglosassone, dove questa parola ha maggiori significati e sfumature, e può essere tradotta con: “consent” e “consensus”. Nella lingua italiana non vi è una diversificazione così netta, potremmo forse tradurre “consent” con “consenso politico” e “consensus” con “consenso sociale” (nel suo significato più vasto) anche se queste traduzioni non rispecchiano fedelmente le connotazioni che esse hanno in inglese. Possiamo dire che il termine “consent” è generalmente usato in filosofia politica, mentre “consensus” è un termine tipico della sociologia. Volendo definirne i significati potremmo dire che “consent” viene usato in certe teorie politiche, particolarmente in relazione ai concetti di libertà e democrazia per giustificare l’autorità politica e l’obbedienza ad essa. “Consensus” appare in sociologia per spiegare sia l’ordine che la coesione sociale. Spesso i concetti di “consent” e libertà sono strettamente connessi all’idea di diritto, facenti capo infine quei problemi concernenti il modo in cui una società dovrebbe essere organizzata politicamente, e alla maniera in cui l’autorità politica dovrebbe essere costituita. “Consensus” è invece un termine più descrittivo che si riferisce ai processi e ai rapporti che sono gli elementi costituenti la struttura di una società.

Chiarendo meglio il concetto potremmo aggiungere che il termine “consent” è tipico di un contesto politico: infatti, riguarda le possibili relazioni tra i membri di una comunità e coloro i quali hanno l’autorità politica e di governo, inoltre il termine “consent” si riferisce al modo in cui l’autorità politica dovrebbe essere esercitata. “Consensus” invece correla i rapporti che intercorrono tra i membri di una società e la loro attività e interazioni sociali. Quando in sociologia si afferma che esiste un “consensus” sociale in una determinata società si intende asserire la realtà di una serie di rapporti che entrano nella costituzione di un sistema sociale nella sua interezza. Facendo un esempio potremmo dire che se un particolare Governo riceve il “consent” dai sui governati, questo “consent” fa parte e rappresenta solo una parte del “consensus” sociale caratteristico di quella particolare società.

La nozione di “consensus” è usata in sociologia anche in riferimento a due principali caratteristiche della struttura di una società: la prima è il concetto di “accordo”, la seconda consiste in un particolare tipo di armonia che caratterizza un gruppo sociale e i suoi membri e implica inoltre una serie di elementi volontaristici di organizzazione e integrazione sociale. Ciò ci suggerisce la coscienza, il volere e la libera accettazione di vari elementi e interazioni esistenti nel sistema sociale, che escludono un conformarsi e un obbedire imposti da forme coercitive o di paura.

Il problema che ora si pone è il rapporto tra “consensus”, da una parte, e organizzazione e stabilità sociale, dall’altra. Crediamo che vi siano tre punti da chiarire:
a) in quali componenti e interazioni di una società il “consensus” deve essere presente;
b) su quali elementi si deve basare il “consensus” per mantenere una stabilità sociale;
c) il modo in cui tale “consensus” deve operare.

Una teoria che cerca di dare una risposta a questi quesiti attribuisce un ruolo determinante a certe norme ed a particolari sistemi comuni di valutazione che sono insiti in una società. Infatti modelli stabili e persistenti di rapporti tra individui e gruppi in una società richiedono norme che definiscano i modi, i doveri, i diritti e le richieste a cui i membri appartenenti al gruppo sociale devono attenersi. Solo la più vasta adesione a queste norme, sia morali che di interazione, è la condizione per avere una integrazione e una stabilità sociale. Questa teoria non è certo una delle più moderne, infatti è il pensiero di Talcott Parsons.

Nelle moderne e più complesse società di tipo industriale vi è una larga fascia di “dissenso” o di deviazione dalle norme comunemente accettate. Vi sono larghe fasce di dissenso nei confronti di quei sistemi comuni di valutazione: in campo politico, economico, di uguaglianza sociale, di diritto e responsabilità. Il nuovo problema che si pone è la ricerca di quelle aree di interazione e di struttura sociali dove il “consensus” è basilare per il funzionamento di una società. A questo proposito credo che sia interessante notare quanto suggerisce Edward Shils [3].

Secondo Shils il “consensus” esiste:
a) quando vi è un accordo generale sulle soluzioni che devono essere prese sulla assegnazione e divisione di quelle aree di limitata accessibilità (autorità, status, diritto, ricchezza ecc.) e su una accettabile gamma di punti di dissenso;
b) quando sono accettate quelle istituzioni preposte a tali assegnazioni e divisioni;
c) quando assegnazioni e divisioni ineguali sono accettate per tutta una serie di ragioni che prescindono da forme di coercizione e di obbligo.
Chiaramente Shils, con il suo dualismo consenso-dissenso si muove in quell’area tipica dei “conflict theorists” anche se con elementi differenti.

Facendo il punto su queste brevi note potremmo dire che vi sono due teorie base sul “consensus”: la prima prende le mosse da sistemi tradizionali di comune valutazione morale e di interazione, dove gli individui e i gruppi, che agiscono nel sistema sociale, devono condividere ed accettare incondizionatamente; la seconda, di derivazione marxista, si basa sulla teoria del conflitto. Infatti il conflitto e l’ideologia di classe rifiutano le strutture e i sistemi sociali che si basano su forme volontaristiche, in quanto tali strutture sono da considerarsi strumenti di interesse di classe.

Passando ora alla stampa come creazione di “consensus”, è chiaro che è molto difficile parlare di libertà di stampa in senso assoluto dato che, come abbiamo già accennato, l’informazione è interpretata, analizzata e filtrata attraverso ideologie politiche, economiche e filosofiche spesso differenti.

Quindi il concetto di libertà di stampa va temperato e collegato alle necessità di una editoria che è quasi sempre legata a forze di potere, egemonie e strutture politiche che usano la stampa stessa e i mass media come elemento di controllo sociale e di irreggimentazione delle masse.

Potere esercitato, quindi, come elemento di coercizione. Ma il potere è sempre coercitivo sia se gestito dal regime più liberale o da quello più repressivo. Gramsci suggerisce che un regime per potere governare deve essere totalitario, infatti esso impone ai gruppi subalterni che controlla le sue regole e le sue leggi politiche ed economiche che hanno limiti e confini ben definiti e invalicabili. Quindi si può affermare che il potere, non importa come o chi lo gestisce, è fondamentalmente violenza, generalmente non cruenta, ma strutturalmente tale.

Non dobbiamo dimenticare che la stampa è stata uno strumento che ha assunto specifiche fisionomie secondo gli obiettivi prefissati da coloro i quali ne avevano il controllo politico o finanziario. Solo analizzando la stampa in questo contesto potremo identificare la funzione storica e politica che essa ha avuto in particolari periodi. Riteniamo che sia una grossa mistificazione considerare la stampa come espressione dell’ opinione pubblica anche se riferita a specifiche classi o gruppi sociali. I contenuti della stampa, in ogni momento sia storico che sociale, hanno sempre rispecchiato il punto di vista di una élite di potere sia essa militare, politica o religiosa, sia che vi fosse un regime democratico o dittatoriale. E’ rarissimo nella storia del giornalismo che gli interessi e gli obiettivi degli editori coincidessero con quelli dei lettori o, per meglio chiarire, che vi sia mai stata una integrazione politica tale da colmare la differenza tra interessi di parte e interessi della collettività.

Volendo approfondire questo punto possiamo dire che, in generale, la storia della stampa è la storia dei gruppi di potere e delle ideologie dominanti. Con questo non ci riferiamo a particolari momenti, ma a tutti i principali modelli di quotidiani che sono stati stampati sia in Europea che fuori dall’Europa. Di conseguenza quando parliamo di informazione dobbiamo sempre tenere d’occhio i regimi nei quali operano e si sviluppano i giornali analizzati.

Anche il dissenso, per quanto combattuto, riesce ad avere un suo spazio mettendo in evidenza l’altra faccia della medaglia, quella parte che i regimi dominanti vorrebbero ignorare e reprimere in quanto estremamente critico e quindi nocivo per una completa dominanza dei gruppi subalterni. Come abbiamo visto, Chomsky asserisce che la stampa ha “societal purpose”. Lo studioso americano infatti, analizzando i mass media statunitensi, scopre che essi non sono altro che gli strumenti della propaganda di quei gruppi politici ed economici che detengono e gestiscono il potere negli Stati Uniti.

Tale sistema di propaganda viene imposto sulla stampa attraverso cinque punti che Chomsky definisce “nuovi filtri”. Essi sono: a) Concentrazione di testate a indirizzo altamente speculativo; b) Pubblicità come fonte primaria di incassi; c) L’uso acritico, da parte della stampa, di notizie fornite dal Governo, dall’industria, da esperti suggeriti e approvati da queste due fonti di informazione, e da rappresentanti dell’élite di potere; d) “Osteggiamento” come mezzo per disciplinare l’informazione; e) Anticomunismo come religione nazionale e meccanismo di controllo [4]. Accennando allo scandalo Watergate, dove secondo le accuse Nixon avrebbe mandato alcuni suoi giannizzari “a frugare” nella direzione democratica, Chomsky scrive:

… Il partito democratico rappresenta potenti interessi nazionali, che hanno profonde radici nelle strutture economiche americane. … Al contrario il Partito Socialista dei Lavoratori, un partito legalmente riconosciuto, non rappresenta grandi interessi di potere. Quindi, non ci fu nessuno scandalo quando fu rivelato, nel periodo in cui il caso Watergate raggiunge il suo apice, che la FBI aveva stroncato la sua attività politica con irruzioni, sequestri illegali e altri provvedimenti per oltre un decennio, in violazione dei più elementari principi democratici …. Queste attività illegali furono rivelate in processi, e attraverso altri canali durante il periodo del Watergate, ma non furono mai menzionate nei dibattiti del Congresso, e furono ignorati dalla stampa. Anche la complicità che l’FBI ebbe nell’assassinio commesso dalla polizia del leader delle Pantere Nere a Cicago non dette adito a nessuno scandalo. Questo avvenne in netto contrasto con la così detta “lista dei nemici” che elencava persone molto potenti le quali furono messe sotto accusa solo “privatamente”, e senza conseguenze.. [5]

Chiaramente per ogni regime, non importa se democratico o dittatoriale, la stampa, attraverso la quale esso si esprime, rappresenta il più alto e cristallino esempio di libertà di espressione. E’ vero che si giunge a questa conclusione attraverso delicati sofismi e manipolazioni ideologiche, ma una certa logica, anche se aberrante, non manca.

Lo stesso Mussolini fa una distinzione estremamente capziosa sulla libertà di stampa e sulle funzioni dello Stato. In una intervista rilasciata al giornalista inglese Giacomo Strachey Barnes, il duce, dopo avere confermato che la stampa italiana “… è la più libera del mondo…” continua:

… La frase “libertà di stampa” ha cessato di rappresentare per il sentimento popolare di molte nazioni una qualsiasi idea concreta… La libertà e la legge sono inseparabili, come ho spesso notato, e dietro la legge di ogni paese vi è la legge morale. Dove manca una responsabilità morale le leggi devono essere rafforzate… Nel periodo di transizione fra l’ordine vecchio e l’ordine nuovo le passioni si accendono più facilmente e la tranquillità pubblica viene turbata con maggiore facilità; si impone quindi da parte dell’esecutivo una più sicura padronanza della situazione… Il fascismo non è un partito. La questione che si possa o meno criticare il fascismo non ha alcuna analogia con la critica di un partito da parte di un altro. L’abbiamo finita con i Governi di partiti. Criticare il fascismo è come criticare la patria. Tale critica è ammissibile solo quando sia patriottica ed educativa, diretta allo scopo di correggere i difetti del carattere nazionale. Ma una critica partigiana, il cui oggetto è distruggere la nazione, come un partito può desiderare di distruggere un suo rivale non è ammissibile. In questo senso il fascismo non è aperto alla critica…[6]

Mussolini quindi giustifica l’imbavagliamento della stampa giocando sull’equivoco di presentare il fascismo non come partito ma come Stato, anzi identificando il movimento fascista con i concetti molto più astratti di patria e nazione. Mistificazione che si ritrova, più o meno latente, in tutti i paesi del mondo, dove i vari regimi dominanti cercano di identificarsi con l’entità superiore di “Stato” attraverso la manipolazione dell’informazione.

Nello studio della stampa, e dei mass-media più in generale, non dobbiamo dimenticare che il rapporto tra essa e la società in cui opera dipende da fattori di tempo e di circostanze. Ci riferiamo a stati e nazioni chiaramente sviluppate con caratteristiche definite, sia esse con regimi di tipo democratico o meno, dove esistono conflitti ideologici economici e di potere. Questi elementi non sono tipici solo dei sistemi democratici ma anche dei regimi monopartitici come quello fascista, comunista e franchista e, possiamo aggiungere nell’attuale Italia belusconiana visto il controllo che Cavaliere ha sulla stampa privata e pubblica.

Quindi, a parte una apparente stabilità socioeconomico, vi sono dei conflitti latenti sia a livello nazionale che internazionale. La stampa è coinvolta in questa situazione e ne fa parte come elemento di disseminazione, analisi e interpretazione di quanto accade quotidianamente. Quindi nasce il problema di come la stampa recepisce i vari avvenimenti per poi presentarli ai propri lettori, e nasce anche la necessità di delineare una metodologia o una teoria che possa analizzare tali interpretazioni.

Un discorso a parte va fatto per le emittenti come la Rai e la televisione di Stato. Essa rappresenta la società italiana con tutte le sue ideologie e sfumature, quindi non solo deve rivolgersi al regime di potere ma deve anche rappresentare i punti di vista e le ideologie di Italiani che non amano affatto i fuochi artificiale di sapore fascista e pseudo fascista, (se si preferisce giustizialista di tipo sud americano) di Berlusconi e camerati, sia in camicia nera corta o lunga fino ai piedi se ci riferiamo ai signori che occupano illegalmente la città leonina. Quindi Anno Zero, volendo tornare al solito discorso, rappresenta i punti di vista di Italiani di sinistra, anti berlusconiani e di conseguenza democratici e anti clericali.

[1] Antonio Gramsci, Materialismo Storico, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 148.

[2] Antonio Gramsci, Gli intellettuali, Editori Riuniti, Roma, 1979, p. 9.

[3] Edward Shils, “Literary Test, Culture and Mass Communication”, Mass Media e Mass Communication, Chadwyck-Healey, Cambridge Vol 2, 1978, pp. 132-147.

[4] Noan Chomsky, Manufacturing Consent, Pantheon Books, New York, 1988, p. 2.

[5] Noan Chomsky Manufacturing Consent, Pantheon Books, New York, 1988, pp. 299-300.

[6] Giacomo Barnes Strachey, Io Amo l’Italia, Garzanti, Milano, 1939, pp. 45-49.
By | 2017-02-23T09:39:24+00:00 May 7th, 2009|Primo Piano|0 Comments

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